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AMARCORD TIFERNATE A CURA DI DINO MARINELLI LA MATTONATA, CUORE DELLA CITTA'

lunedì 18 dicembre 2017
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AMARCORD TIFERNATE A CURA DI DINO MARINELLI LA MATTONATA, CUORE DELLA CITTA'
amarcord
28-09-2017 -


È l’inizio della seconda metà del 1200 quando Matteo Vitelli, ultimo rampollo di una dinastia dedita alla mercatura di porci e buoi, ormai abbastanza ricco, decide di lasciare la natìa Selci per trasferirsi a Città di Castello. Non gli fu difficile trovare il terreno per costruire una dimora degna dello status che si era conquistato. La scelta cadde nella parte sud della città, denominata Santa Maria. Era un vastissimo spazio; una campo di Marte ove si esercitavano frombolieri, arcieri, balestrieri. Qui Matteo costruì il primo importante palazzo, nel luogo che da allora si chiamerà Mattonata. Il nome più tardi si estenderà a tutta la zona soppiantando quello di Santa Maria.
Non è chiara l’origine di questo cambiamento: forse perché la strada che porta a casa Vitelli fu una delle prime ad essere pavimentata a mattoni, o forse per le tante piccole case costruite in cotto. Chissà. Di certo sappiamo che assieme a Matteo, morto nel 1287, la Mattonata ha fatto da incubatrice alla più prestigiosa famiglia tifernate del Rinascimento.
I Vitelli per molto tempo rimasero legati al loro rione, almeno fino al 1417 quando troviamo un membro di questo casato “eletto a tutela degli statuti sulla mercanzia per conto della porta di Santa Maria”.
Ma lasciamo i Vitelli e andiamo a dare un’occhiata alla suggestiva porta di Santa Maria, testimonianza palpabile di quello che doveva essere la città nel Medioevo prima, e nel Rinascimento poi. Nella facciata della porta vi erano murati gli stemmi dei vescovi tifernati.
Da questa porta, durante l’invasione francese del 1798, esattamente il 7 aprile, venne sparata una cannonata che uccise cinquanta cisalpini che bivaccavano a Rignaldello. A pochi metri dalla porta, tra il 1483 e il 1509, Niccolò Vitelli fece costruire la chiesa di Santa Maria Maggiore. Intanto i domenicani, nella prima parte del 1300 avevano edificato il maestoso tempio dedicato al loro fondatore, che Signorelli prima, e Raffaello poi, impreziosirono.
Ma la Mattonata non è solo culla di potenza militare e religiosa. In questo rione si sono tramandate tradizioni che affondano le radici in tempi lontani.
Accanto alla potenza, comunque espressa, hanno convissuto attività artigianali in stretta comunione con l’arte. Testimonianze viventi, i tanti laboratori artigianali e la fucina di Oreste e Gabrio Grilli in piazza delle Oche. In questa piazza, nei tempi andati, si svolgeva settimanalmente un mercato e nell’estate, in prossimità della battitura del grano, il palmipede che dà il nome alla piazza era il più richiesto. Sempre in questo luogo, la prima domenica di ottobre, festa del rione, si svolge la “disfida dell’oca”. E’ una versione a buon mercato degli antichi tornei cavallereschi: l’oca è il premio in palio che sostituisce, ma non tanto, la nobile damigella. Non c’è il focoso destriero, ma una carretta spinta da giovani del rione; manca il prode cavaliere con lancia in resta, ma c’è un equilibrista sopra la carretta che con una pertica cerca di infilare un anello posto all’estremità della “mastella” appesa a mezz’aria ad un filo, dove l’oca fa l’ultimo bagno prima di finire arrostita.
C’è anche il cavaliere dell’oca, ambita onorificenza data ogni anno a chi, nel bene o nel male, a seconda dei punti di vista, si è distinto nel rione o nella città.
La Mattonata è il rione, nel senso più nobile, popolare per eccellenza. All’inizio del secolo scorso, il capitano Francesco Mancini con tratteggio rapido e felice ci descrive nel “Rosario della Mattonata” il ventre molle del rione: l’oste “Occhicotti”, i due fedelissimi di Bacco, “Trainanessa” e “Tramontana”, e quella signora dai costumi non eccessivamente morigerati che rispondeva al nome di “Stufabrachette”. Senza peraltro dimenticare la Caterinona, che chiamava a dire il rosario lì, a quell’edicola della Madonna.
L’Unità d’Italia ha ormai venticinque anni quando la Mattonata costituisce la Società Rionale Cavalleresca. È il 1885. Da allora, il veglione è il momento di aggregazione che per la sua genuinità e cordialità coinvolge non solo il rione ma gran parte della città. Perché la Mattonata è riuscita a tramandarci, intatti, momenti e sensazioni di un tempo lontano.
In questo rione, un valore è rimasto integro: la solidarietà. E avvolge uomini e cose. Anche le vecchie case, sostenendosi una sull’altra danno l’impressione di una solidarietà che ha dell’umano. Quelle piccole case che nelle calde sere d’estate si svuotavano. La gente si riversava nei vicoli. Le donne slargavano la lana o “spulavano” le spighe di grano; e parlavano della coniglia che a giorni avrebbe partorito; o della gallina che da troppi giorni non faceva l’uovo. Gli uomini giocavano a carte o a “morra”. Qualcuno raccontava improbabili conquiste amorose. Palcoscenico, quelle strade che sapevano di ranno, di stalla, di odori forti e aspri. Strade, vie, che come arterie di un corpo umano, fanno pulsare l’antico cuore della Mattonata nella vecchia Tiferno di pietra.

 


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