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AMARCORD TIFERNATE DI DINO MARINELLI.QUEL NATALE CHE SAPEVA DI MANDARINO

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AMARCORD TIFERNATE DI DINO MARINELLI.QUEL NATALE CHE SAPEVA DI MANDARINO
amacord tifernate
23-12-2016 -

 

E’ un Natale di guerra, quello del 1943. Sulla torre di Piazza di sotto una sirena suona sempre più spesso per falsi allarmi aerei. Gli scantinati di alcuni palazzi sono segnalati come rifugi antiaerei, c’è l’oscuramento. I lampioni emanano una luce azzurrognola, la notte il cupo rombo delle “fortezze volanti” lassù, nel buio cielo,  entra nella testa e nelle viscere. C’è la tessera annonaria, i generi di prima necessità sono razionati, il giardino di Piazza Raffaello Sanzio è trasformato in orto di guerra, come parte delle fosse che circondano la città. Avevamo dieci anni: di quel Natale c’è rimasta una sensazione, uno stato d’animo, sublimato dal tempo che spesso cancella un ricordo e ne vivifica un altro che, per oltre settanta anni, coabita con noi accucciato in quel muscolo che si chiama cuore. Ancora oggi il profumo del mandarino ci ricorda quel Natale lontano, quel profumo ci dice che il Bambino sta per arrivare nei vicoli, portando in dono qualche mandarino, una collana di fichi secchi infilati in un filo di spago, due merangole. Questo era il regalo di Natale per noi ragazzi dei vicoli. La serata della vigilia di quel Natale andavamo con i genitori ad aspettare la Mezzanotte in casa di un vicino. C’era altra gente, in quella casa, il fuoco ardeva nel focolare, seduti intorno ad un tavolo i grandi giocavano a tombola: le cartelle erano unte e bisunte con i numeri quasi illeggibili. Chissà quanti Redentori avevano aspettato! Ad ogni numero estratto da una vecchia calza si accompagnava quasi sempre un commento. “47, morto che parla”, “28, numero dei becchi” e tutti guardavano Corinto che aveva la moglie giovane e snella. Lui era lento e vecchio. “23, la fortuna…” e qualcuno aggiungeva qualcosa ma veniva subito zittito. Le donne armeggiavano intorno ad un fornello con una cuccuma per preparare il caffè d’orzo, qualcuno aveva portato un fiasco di vino, altri dei biscotti, altri ancora una bottiglia di vin santo, fatto in casa. Ci piaceva tanto, come oggi. I vecchi fumavano la pipa, caricata con tabacco di contrabbando, essiccato nella camera da letto. I giovani fumavano le Popolari: si passavano la sigaretta di bocca in bocca, ciascuno la sua aspirata. Le donne non fumavano, se lo facevano era di nascosto. Suonavano le campane, era quasi Mezzanotte. La veglia era finita. I vicoli si riempivano di gente, le ragazze si tenevano sotto braccio. L’aria sapeva di neve e in cuor nostro pregavamo che scendesse, anche se avevamo i geloni. La chiesa della Madonna delle Grazie era colma di gente. C’era un che di festoso in quel tempio. Il profumo dei mandarini vinceva su quello grasso della cera. Nella destra della navata centrale il presepio con pochi ma grandi personaggi. Tra le donne con il capo coperto, qua e là appariva qualche divisa militare; erano giovani tornati in licenza per qualche ora, per poi ripartire per il fronte, da dove non tutti sarebbero ritornati. La messa era finita; tornammo a casa, quella notte, per via Campo dei Fiori, rasentando il grande edificio, oggi liceo classico, allora presidio militare del comando tedesco. Da una finestrella, su un in alto, da un grammofono, uscivano, come un lamento le note di Lilì Marlene. Il giorno di Natale, i cappelletti, -anche se nel composto la carne di cappone era presente per educazione - , non potevano mancare. Ma solo quel giorno. Il pomeriggio con gli amici, che non ci sono più, andavamo a visitare i presepi: quello degli Zoccolanti animato, con lo spaccalegna che impugnava la scure, quello di San Francesco, nella Cappella dei Vitelli, quello dell’artigiano Romolo Bartolini e quello di tante altre chiese buie e fredde, rischiarate dal tremolìo di rare candele. Tornammo a casa infreddoliti, dove altro freddo ci attendeva. Più tardi, quanto il prete e la pretina avevano intiepidito il lenzuolo (niente di peccaminoso il prete era di legno e la pretina di coccio), andavamo a letto rannicchiati sotto le coperte e sognavamo i fichi secchi e il Bambino che sapeva di mandarino.

 


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