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AMARCORD TIFERNATE, LA RUBRICA DI DINO MARINELLI - "RAMINGO" IL CANE AMICO DI TUTTI CHE HA FATTO LA STORIA DI UNA COMUNITA'

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AMARCORD TIFERNATE, LA RUBRICA DI DINO MARINELLI - "RAMINGO" IL CANE AMICO DI TUTTI CHE HA FATTO LA STORIA DI UNA COMUNITA'
amacord tifernate
25-05-2017 -

Quando, Ramingo, morì il giornale “La Nazione “ gli dedicò una foto e acconce parole di compianto. Sergio Pelosi il giornalista del quotidiano fiorentino volle così interpretare il sentimento di tanti Tifernati. Ramingo era un care figlio d tanti amori. Un bastardo; per questo più simpatico di tanti di quelli “blasonati”. Ramingo a cavallo tra gli anno ’50 e ’60 del secolo scorso batteva la piazza. “Piazza di sopra” era il suo palcoscenico, il suo salotto. Come fosse capitato nessuno l’ha mai saputo. Riuscì a conquistare la simpatia di chi allora la piazza la bazzicava. Divenne il confidente di tanti coriandoli di vita castellana, qualche volta nella notte, abbaiava alle stelle, pensando forse che tra esse vi fossero i suoi simili. Che ne sappiamo a cosa abbaiano,  a cosa pensano i cani quando è notte. Castello aveva adottato Ramingo un cane senza età e, forse, senza ricordi. Il professore Lanfranco Rosati a suo tempo di Ramingo scrisse “Forse un cane non ha diritto ad essere ricordato. Un animale solo, inutile. Chi ha vissuto però la storia della nostra città, che si è svolta tutta nel cuore del vecchio centro, cioè Piazza di Sopra, non può aver dimenticato Ramingo”. Già c’era una volta Ramingo. Nessuno sapeva la sua provenienza, non aveva né collare, né medaglia (uno dei pochi anche a due zampe a non averne). In tempi lontani il suo pelo, quasi certamente, era stato bianco, adesso era grigio, nessuno mai lo vide correre, con le palombe in piazza fraternizzava. Con gli altri cani manteneva un dignitoso distacco, forse retaggio di illustri trascorsi. Camminava, quasi si trascinava, con il suo passo lento e stanco. Il muso, dove la brina del tempo aveva lasciato il segno, fiero e dignitoso, gli occhi marroni e acquosi, perennemente tristi, guardavano lontano.  Oltre il bar dove qualcuno aveva sempre per lui un biscotto, un tramezzino, un po’ di latte. Di denti ne aveva pochi, forse la vecchiaia con la complicità di qualche calcio. Ramingo era il primo a giungere in piazza la mattina, facendo compagnia ai lattai e giornalai. Era ultimo ad andarsene la notte dopo aver, spesso, ascoltato lo sfogo di chi gli raccontava le proprie pene per qualche ora affogate nel vino. Quando la piazza si trasformava in tribuna elettorale si accovacciava sotto il palco dei comizi, ascoltava o meditava? Di certo non abbaiava mai o quasi. Non riuscì a trattenersi, anzi perse la testa, per una canina dal muso lungo e dal pelo bruni. Gli arrivò diritta diritta al cuore. Ramingo non fu più lui. Non si interessò più delle palombe, né dei lattai, non ascoltava più ubriachi. Aspettava solo quella canina che gli aveva sconvolto la vita. L’aspettava sempre in piazza. Un giorno la incontrò, quasi ci sbattè il muso, con le sue non più giovani zampe cercò di abbracciarla, non ce la fece. La canina dal muso lungo e dal pelo bruno si divincolò per scomparire nei vicoli che occhieggiano sulla piazza. Ci riprovò ancora Ramingo, un’altra volta ancora. Ci fu chi vide Ramingo che cercava l’amore, il solito “benpensante”. Ramingo oltraggiava il pudore, che diamine! Ci sono le donne, i bambini. Una sera portarono via Ramingo che tutto raggomitolato tremava sotto le Logge. Lo portarono al canile, al vecchio “scurtico” in Pomerio San Girolamo. In fretta e furia lo spinsero in un nero sgabuzzino pregno di fumo provocato da un barile di carbone. Annegò tra quel fumo, Ramingo, sognando quella canina dal muso lungo e dal pelo bruno, che non riuscì a portare a nozze, e il cuore gli battè forte forte per l'ultima volta.

 


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