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AMARCORD TIFERNATE: LE FIERE DI SAN BARTOLOMEO. A CURA DI DINO MARINELLI

mercoledì 22 novembre 2017
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AMARCORD TIFERNATE: LE FIERE DI SAN BARTOLOMEO. A CURA DI DINO MARINELLI
amarcord
25-08-2017 -

 

Il nostro secolo ha ancora pochi mesi quando leggiamo questa cronaca: “Mercoledì 27 agosto, secondo giorno della fiera di San Bartolomeo, in Piazza della Stazione venne estratta la tombola dinanzi ad un pubblico di più di 3.000 persone di ogni ceto e di ogni età, in mezzo al quale abbiamo ammirato splendide vesti e discrete spalle nude, angelici visi di troppo pudibonde fanciulle e sguardi severi di madri troppo punitive. Un grazie ai padroni della piazza per averla concessa”.

I padroni di una parte della piazza erano gli eredi Vitelli. Si racconta che, sempre in quei tempi e sempre il giorno della tombola, questi signori fecero arrestare i musicanti che suonavano nello spazio prospiciente il palazzo e solo con l’intervento di persone equilibrate si risolse il tutto nel migliore dei modi: con un’abbondante bevuta di vino offerta dagli eredi Vitelli.

Il momento di maggior splendore, in tempi più vicini, di questo tradizionale gioco è stato tra gli anni trenta e l’inizio dei quaranta. Interrotto dalla guerra, poi ripreso e ripetuto per un’altra manciata di anni. Ma non fu più che prima. La stagione della tombola, la seconda giornata delle fiere di San Bartolomeo, si stava sbiadendo, rimaneva sempre più accentuata la nostalgia di quando la piazza rigurgitava di gente quel pomeriggio di fine agosto. In quello spazio che fu dei Vitelli, poi condominio con la stazione del treno, Garibaldi, il palazzo che ospitò i gesuiti, il caffè dell’Appennino e il ricordo degli Albizzini, si è consumata l’ultima tradizione di Città di Castello: la tombola.

In questa piazza, oggi piena di macchine e vuota di uomini, rimane la memoria di quel pomeriggio di festa di fine estate: “L’è rosso, l’è rosso. Tre soldi la lecca…si mangia, si beve, si lava il viso, si piscia…” urlavano quel giorno della tombola i numerosi improvvisati venditori di cocomero, guidati dal “Bindolo”. Era tanto il cocomero: stava sopra rudimentali banchi allestiti con due cavalletti, sormontati da ruvide tavole di legno, spaccato a metà e tagliato a fette, accanto a blocchi di ghiaccio preso da Ricciardi per tenerlo fresco; coperto da teli di garza per proteggerlo da nugoli di mosche che, come cavallette del castigo biblico, cercavano di ficcarsi nella dolce e rossa polpa. Invano una mano cercava di “schisciarle” agitando verdi frasche di tiglio. Dietro questi banchi, accatastate come bombarde, stavano decine di angurie di riserva, vicino a un mastello di legno per raccogliere le bucce addentate fino al “bianco”. Più in là, in una grande bacinella di zinco, colma d’acqua, stavano al fresco bottigliette di “gazzosa”. “Gazzose, gazzose, fresche al pallino…”, con voce stentorea invitava, Bocca Bella, a bere la dolce e frizzante acqua. Grappoli di palloncini colorati, legati a un lungo spago, dondolavano al vento. Qualcuno usciva dal grappolo scegliendo la via del cielo e svelto spariva dietro i lecci della montagnola dei Vitelli.

Il trenino, indaffarato come non mai, da Sansepolcro, Anghiari, Umbertide vomitava sulla piazza centinaia e centinaia di uomini, donne e bimbi agghindati a festa. Così come tanta altra gente arrivava dalla campagna, dai vicoli. Vetuste signore, sedute ai tavolini di marmo davanti al caffè Appennino, sorbivano, servendosi di piccoli cucchiai di cartone, calici di gelato alla fragola, leccandosi, con veloce apparizione di lingua, le labbra. Una zingara, più larga che lunga, ciondolava tra la folla tenendo in mano una gabbietta con dentro un pappagallo più verde di un ramarro, che con il becco estraeva da una custodia foglietti colorati: i pianeti della fortuna. Con due soldi dicevano tutto sull’amore, la salute e le finanze per i più curiosi. La piazza si andava sempre più infittendo di gente vestita con i panni buoni, quelli della festa, perché la tombola era una festa come la domenica. E quindi i panni buoni erano d’obbligo. Pantaloni e giacca quasi sempre scuri, camicia bianca e l’immancabile cravatta. Per il caldo qualcuno l’allentava sul collo, ma mai l’avrebbe tolta. Pepe Zoi, oriundo di Sansepolcro, vendeva semi salati di zucca su piccoli bicchieri di legno.

All’angolo con via San Bartolomeo, un tale con gli occhiali scuri da sembrare cieco, suonava su una vecchia fisarmonica “Soprani” sputando sommesse imprecazioni su chi, indifferente, passava davanti al catino per le elemosine che aveva ai piedi. I fratelli Costantin faticavano al arrancare con il loro triciclo per vendere gelati che sapevano di limone.

La piazza ormai era colma. Il sole stava allungando le ombre quando s’incominciava a ritirare i banchetti per la vendita delle cartelle: banchetti quasi sempre allestiti fuori dalle barbierie. La banda comunale, agli ordini del maestro Ghiandoni, stava terminando il suo programma all’ombra del palazzo rinascimentale. Nel palco eretto lì vicino stavano salendo le autorità: notaio, carabinieri, preti, sindaco, il rappresentante dell’ospizio Cavour, destinatario dei proventi della tombola, e infine il bambino, che da un’urna di vetro ruotante estraeva i numeri. La gente era pigiata, le signore e le signorine vestite con più semplicità degli uomini si accorgevano di essere pigiate un po’ troppo da chi era dietro…

Improvviso calava il silenzio: smettevano di urlare i venditori di cocomero e di gazzosa. Il suonatore “cieco”, dopo aver riposto la fisarmonica e data un’occhiata al catino avaro, sibilava un silenzioso moccolo. Un solitario palloncino rosso ballonzolava nel cielo che il sole stava abbandonando. I musici riponevano gli strumenti rinfrescandosi con un goccio bianco. Appariva la “cartella” in tutte le mani. Qualcuna usata a mo’ di ventaglio. Il trenino, lì a due passi, aveva smesso di far manovra. Il silenzio denso della piazza veniva rotto da una voce chiara e possente da far intimidire l’eroe dei due mondi lì di fronte. Non c’erano gli altoparlanti. Non hanno avuto il coraggio di presentarsi a competere con quella voce. La voce di Panfili! “Numeroo…” una “o” strascicata per tre secondi da sembrare un giorno, “Numero…sette…” e chi aveva questo numero segnava. E i numeri di Panfili apparivano ripetuti in cima ad un’altra pertica che “il Brutto” issava al centro della piazza, oltre a quelli che apparivano sul tabellone del palco. Un numero dietro l’altro passava dalle mani del bambino che l’estraeva dall’urna a quelle del notaio e infine a Panfili, che di professione faceva il calzolaio. Più i numeri uscivano, più saliva il brusio della folla. Cinquina! - mannaggia, andavo per uno! - Tombola! Il brusio si trasformava in voci alludenti a quella parte bassa del corpo dove non batte il sole, evidente riferimento al vincitore.

Il trenino riprendeva a far manovra. La piazza lentamente si svuotava. Nel palco rimaneva l’urna di vetro e il tabellone con i numeri. Se n’era andato anche Panfili. Rimanevano per terra nella Piazza Garibaldi tanti pezzi di carta stracciata; quelle cartelle per un’ora avevano fatto sognare. Coriandoli d’agosto, assieme a tante bucce di cocomero, barchette capovolte. Ormai s’era fatta notte. Biobaco e Stoppino con un grigio carrettone di legno e due scope dal lungo manico iniziavano a pulire la piazza. Loro non avevano fatto tombola. Non la faranno mai.

 


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